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'Crescita zero: , la vostra malattia, la nostra via d'uscita'
26/05/08
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato di Matteo Colaone, presidente dell'associazione Domà Nunch www.eldraghbloeu.com


Nel corso dell'assemblea degli industriali tenutasi venerdì 23 maggio scorso, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia - somma rappresentante degli interessi (leggi guadagni) privati sulle spalle dei lavoratori, delle culture locali e dell’ambiente - ha dichiarato che “la malattia dell’Italia è la crescita zero”.
Ben detto! Perché di questa malattia moriranno gli affaristi, gli imprenditori senza scrupoli, gli immobiliaristi, i difensori delle grandi opere, gli abili trasmutatori di campagne e boschi in sonanti euro.
La crescita zero è infatti la soluzione finale a tutte le loro speculazioni imprenditoriali, basate sullo sfruttamento immediato, scoordinato e lucrativo delle risorse umane e naturali del nostro territorio; è la soluzione alla diminuzione della qualità della vita in Europa; è la soluzione a una vita standardizzata, da poveracci, dove l’uomo è consumatore e acquirente di prodotti identici, assemblati dalle stesse aziende, smerciati dalla stessa logistica, venduti dalle stesse catene commerciali.
La crescita zero è salvezza dell’Insubria dal soffocamento da capannoni di smistamento merci (ce n’è uno dietro a ogni nostro paese), dei centri commerciali (uno per incrocio).
La temuta crescita zero, anzi la decrescita che noi auspichiamo, è il muro contro cui si schianterà il sistema turbo-capitalista che se ne sbatte dei limiti dello sviluppo, dei limiti della natura, dei limiti dello spazio fisico disponibile. La questione è che dentro a questo schianto finiranno la nostra cultura millenaria e il nostro patrimonio ambientale.
La verità è che esistono modelli di vita “altri” rispetto a quello basato sulla crescita del PIL (Prodotto Interno Lordo), un indice statistico che poco ha a che vedere con la qualità della nostra vita. Infatti anche chi fa un incidente in auto o chi vede la propria casa andare a fuoco contribuisce all’aumento del PIL, sebbene non si trovi in una situazione proprio felice...
La proposta econazionalista sostiene che in Insubria non sia più possibile ulteriore sviluppo, sia in termini dell’ultima risorsa naturale che abbiamo (lo spazio fisico), che demografico. In questo senso, Domà Nunch propone una visione dei problemi sovversiva, molto moderna, ma soprattutto pragmatica e realistica. Noi rifiutiamo l’imbroglio dello sviluppo sostenibile, contestiamo l'assunto secondo cui il nostro orizzonte è il continuo aumento della produzione e dei consumi, che vanno a rimpinguare le tasche di pochi, dando l’illusione di un benessere diffuso, che in realtà è il lasciar credere alla gente comune che ognuno possa diventare ricco: ovvero rovinarsi l’esistenza per combattersi le briciole che il capitalismo ha lasciato. Come le galline, corriamo qua e là nella nostra grande aia per beccare gli stipendi che generosamente la casta ci getta in terra. Ci vogliono quindi autostrade per correre dalla mattina alla sera, ci vogliono automobili che consumano benzina, ci vogliono centri commerciali per acquistare in blocco i generi di consumo.
Ciò che contestiamo è che i nostri paesi diventino città per arricchire amministratori, imprese edili, agenzie immobiliari o per accogliervi gli immigrati che gli imprenditori attirano per sfruttarli e sottopagarli (certo, uno dei nostri vuole garanzie sindacali e ferie retribuite...).
In realtà, tanto per smentire i soliti che hanno la testa ferma agli anni ’60, ritornare a coltivare l’orticello ereditato dal nonno (pratica comunque virtuosa in sé) è solo una delle possibili soluzioni a un modello di sviluppo illimitato e vincolante. Anzi, sarebbe forse l’unica soluzione all’impoverimento, che non ha nulla in comune con la a-crescita o la decrescita, e che anzi è una delle prospettive della congiuntura economica capitalista - spesso manovrata ad arte - che determina un decadimento del benessere individuale. L’impoverito è proprio colui che è costretto ad acquistare merci a basso costo di qualità scadente, importate da paesi a migliaia di chilometri di distanza, provocando inquinamento e sfruttamento sociale (qui e là).
L’impoverito deve basare la propria alimentazione sulle offerte promozionali dei discount, a fronte di viaggi in auto alla ricerca della promozione più allettante e di prodotti dalle dubbie qualità sensoriali e nutrizionali. L’impoverito è costretto ad operare delle rinunce che mettono a repentaglio il suo benessere e la qualità della sua vita, solamente al fine di ottenere un risparmio monetario che possa permettergli di sopravvivere.
Di conseguenza, è necessario ridurre la dipendenza delle persone dall’economia globale, rendendo le nostre comunità più libere ed autosufficienti, senza privarle assolutamente del loro benessere. Ogni paese d’Insubria dovrebbe poter essere in grado di gestire il proprio territorio in modo da possedere, gestire e migliorare la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica e dell’acqua (creando occupazione e taglio degli sprechi energetici). Le amministrazioni dovranno costituire dei piani di “filiera corta”, ovvero stimolare l’insediamento di aziende agricole che producano in modo sufficiente a fornire cibo ai negozi dell’area circostante, con il vantaggio di permetterne la sopravvivenza economica, dare lavoro sia in fase di produzione che di vendita, ridurre la movimentazione delle merci, risparmio per il consumatore finale e miglioramento della qualità degli stessi.
Nella fittizia società globale, le aziende agricole vendono i loro terreni per farci i condomini, e intanto il costo delle merci è determinato in larga parte dal loro trasporto inquinante per migliaia di chilometri. Senza considerare che il più grande costo ambientale di un oggetto non è il produrlo, quanto il suo smaltimento.
L’econazionalismo può attraverso questo e altri modelli, ridare un senso al lavoro interpretandolo come valorizzazione delle qualità dell’individuo, del suo estro e della sua creatività finalizzato a “creare” qualcosa di utile, in netta contrapposizione con lo svilimento attuale del mondo del lavoro, costituito in larga parte da pratiche ripetitive e meccaniche, di scarsa utilità, basate sul mito della quantità (e dei margini di guadagno).
Tramite l’autosufficienza agricola i terreni sarebbero considerati per il loro valore di strumento di vita. Sarebbero tutelati perché alla base dell’esistenza di una popolazione. Non ci sarebbe bisogno di inventarsi Expo, Pedemontane, capannoni di logistica per giustificarne la conversione in denaro. E che dire del valore culturale di una società che conserva il contatto con la Terra, il senso di conoscere la fonte della nostra vita invece di comprarla in una vaschetta al supermercato? Ricordiamo come nel dicembre scorso siano bastate 36 ore di sciopero dei trasporti per mettere in crisi la nostra filiera alimentare. Questo è il meraviglioso sviluppo economico di Emma Marcegaglia!


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