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Supporter from South Africa: fra il Rugby e il Football
10/02/10
Sabato 6 febbraio il popolo del rugby si è dato appuntamento nel nuovo Cape Town Stadium, costruito a tempo di record nella zona residenziale di Green Point, area benestante della città. Il tentativo di acquisto del biglietto una quindicina di giorni prima, per la sfida fra Boland Inv. Xv e gli Stormers, si è rivelato inutile:sold out, 40.000 ticket venduti. Il nuovo stadio che ospiterà 68.000 paganti per la Coppa del mondo è infatti in fase di test, quindi, oltre a non essere del tutto terminati i lavori, si vendono meno tagliandi rispetto alla capienza effettiva. Curiosando agli ingressi e, con tempismo fortuito, trovo chi mi vende un biglietto allo stesso prezzo d’acquisto, incredibile per chi è abituato agli italici bagarini. Con 50 rand, circa 5 euro, provo così l’emozione di entrare in quello che è considerato uno degli stadi più eccezionali al mondo per la sua posizione geografica, fra la Table Montain, Robben Island e la Table Bay. L’ingresso mi accoglie con un mini concerto, in un piazzale brulicante e allo stesso tempo, estremamente rilassato e pacato. La cosa che forse più colpisce chi, abituato al calcio, segue per la prima volta un incontro di rugby, è il poco pathos dei tifosi. Anche a partita iniziata un via va continuo fra le gradinate e i punti ristoro, giri di birre che si alternano a sandwich e mangerie varie. Forse dipende dalle regole strutturali del gioco, ci si alza per procurarsi la canonica birra rischiando di perdersi una meta al massimo, nessuno vorrebbe perdersi forse l’unico goal in novanta minuti, pur se per soddisfare il palato. Ma soprattutto, la cosa che più colpisce seguendo il rugby in una città dove l’80% degli abitanti è “di colore”, è come la prima partita di rugby al Cape Town Stadium sia stata seguita soprattutto dalla parte “bianca” della città. Pochi coloureds in giro, a parte lo staff dei punti ristori, gli addetti alla sicurezza e i gentilissimi steward. A rigor di cronaca la partita è stata vinta dagli Stormers, troppi i punti che si danno nel rugby per potersi ricordare il punteggio. Durante il discorso pre-partita la sindaca della città, Helen Zille, ha imitato il bel Obama urlando ai 40.000: “This is the future of Cape Town, Africa can do everything and in 2010 we’ll show at the world. Yes we can”. Il divieto scritto all’ingresso di portare dentro il Cape Town Stadium la bandiera del vecchio Sudafrica parrebbe un segnale di speranza, segnale che cinicamente può sembrare pura retorica passando nei pressi delle township. Ma, del resto Mandela è stato liberato da quella Robben Island a pochi km di oceano da Green Point l’11 febbraio di “soli” 20 anni fa. Tutt’altra musica,da diversi punti di vista, il giorno dopo, all’Athlone Stadium, in zona più periferica. Nessun problema a procurarsi biglietti, nessun sold out, prezzo d’ingresso 20 rand, 2 euro più o meno, per seguire Ajax Cape Town (succursale sudafricana dell’Ajax Amsterdam) e Mamelodi Sundowns di Pretoria. Avendo un biglietto in più decido di barattarlo con una vuvuzela, quelle trombette che fan tanto tifo africano e che durante la Confederation Cup qualche genio pensava di vietare, dato disturbano le telecronache. Tutt’altra musica appunto, quella delle vuvuzela che a tratti t’impediscono qualsiasi tentativo di conversazione, e tutt’altro colore della pelle sugli spalti. Qui, finalmente, dopo l’esperienza troppo pacata del rugby , il pathos dei supporter è reale; sembra quasi un carnevale, fra tifosi che ballano a ritmo, qualcuno dell’Ajax dipinto d’arancione e bandiere sventolanti. Il Sundowns ha vinto 1-0 per la gioia dell’Athlone a maggioranza per la squadra ospite, fatto generalmente insolito. A parte le mie teorie sul fatto che l’Ajax possa essere considerata una squadra d’importazione post-coloniale, un’altra spiegazione me l’ha fornita un vicino di posto: i Sundowns, più banalmente, giocano un ottimo calcio,inoltre tanti di loro sono nei Bafana Bafana, la nazionale del nuovo Sudafrica che cerca, anche attraverso lo sport, riscatto e oblio.
Sara Ferrari - Citta del Capo, 9 febbraio 2010
www.consumietici.it

Sara Ferrari, socia dell'associazione l'Altropallone, è antropologa. Si trova in Sudafrica per un progetto di ricerca dell'Università Bicocca proprio su Calcio, Comunicazione e Africa una ricerca socio-antropologica nell'anno dei Mondiali, i primi in questo continente.


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