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Mandela e il potere unificante dello sport
22/02/10
Mentre le trasmissioni sportive sudafricane titolano l’avventura dei Bafana Bafana (dalla lingua zulu: “ragazzi ragazzi”) come un “to dream the impossible dream” interrogandosi su quali calciatori sia meglio schierare e su minuzie tecnico-scientifiche, qualcuno pensa sia meglio provvedere ad accertarsi la benedizione sul campo del padre della nazione arcobaleno, Madiba, dal nome del suo clan.
Mandela, nel 1995, da neo presidente del nuovo Sudafrica cercò, in quella che qui è un’immagine storica esposta nei musei, la riconciliazione, stringendo la mano all’allora capitano della nazionale di rugby, campione del mondo, in un mondiale organizzato dallo stesso Sudafrica. Il gesto volle anche essere un tentativo di abbandonare le barriere razziali che tradizionalmente imponevano altresì la passione sportiva, ai bianchi rugby e cricket, ai neri il soccer. Questa storia di politica e sport è raccontata nel film "Invictus", nei cinema anche in Italia.


Nel 1996 Mandela era “sul campo” quando il Sudafrica vinse la Coppa d’Africa nel calcio. Quando al Sudafrica venne assegnata l’organizzazione del Mondiale 2010 il suo commento fu:”mi sento come un ragazzino di 15 anni”.
L’ex presidente si è oggi ritirato a vita privata a Jo’burg, seguito da uno staff medico data la precaria condizione fisica. L’ultima sua uscita pubblica è stata a Cape Town per l’apertura del parlamento, proprio l’11 febbraio, a 20 anni esatti dalla sua scarcerazione. Ma per il Mondiale una sua presenza s’invoca, in quella che, il CapeTimes quotidiano di Cape Town ha soprannominato “la Repubblica di Stepp Blatter”.
La Fifa sta infatti imponendo, sempre secondo il CapeTimes norme restrittive per quanto riguarda la libertà di stampa, sancita inviolabilmente della Costituzione sudafricana, una delle più, a livello teorico, libertarie ed avanzate al mondo. I giornalisti accreditati a seguire il Mondiale di calcio non avranno infatti il diritto di criticare il supremo ente calcistico. Qualche critica arriva alla Fifa anche per il modo di assegnazione e vendita dei biglietti delle partite.
In quello che è il primo mondiale in Africa solo il 2% dei biglietti disponibili sono stati venduti nel continente, escluso il Sudafrica certo, ma qui, invece che i residenti delle townships, da sempre appassionati di soccer, da ben prima quindi che il Sudafrica organizzasse un mondiale, ad accaparrarsi i biglietti sono stati soprattutto gli espatriati e gli afrikaners. Per esempio in Camerun, paese che ha reso il calcio africano noto al mondo con le performance del 1982 e del 1990, pare siano stati venduti solo 200 biglietti, si presume all’entourage di Paul Biya e compagnia di Governo.
Dato il meccanismo complesso, che comprende un formulario dal sito web della Fifa e una carta di credito per poter tentare di aggiudicarsi il biglietto on-line, difficilmente un residente nella township riuscirà ad avere la condizione strutturale che permetta l’entrata in una della cattedrali del calcio, ovvero una credit card e un accesso alla rete, oltre che un buona dimestichezza informatica dato applicare al formulario Fifa non è cosa da principianti nell’uso di internet.


Ma, nonostante la Fifa e i meccanismi di assegnazione dei biglietti, nonostante il Mondiale rappresenti per tanti ma non per tutti un ottimo affare economico, il Sudafrica del calcio quale gioco vero e appassionato, il calcio delle vuvuzelas e dei tifosi coloratissimi che dovranno però accontentarsi di vedere i Bafana Bafana davanti ai maxischermi continua a sognare un impossibile sogno, come titola il programma sportivo Sabc Sport sulla tv pubblica: to dream the impossibile dream, sogno ancora incompleto di un paese che riparte da zero, dalle eguali opportunità, libero da meccanismi di discriminazione.
Una presenza in campo di Madiba rappresenterebbe anche questo, un segno che il Sudafrica deve continuare a sognare, per far si che il Mondiale 2010 rappresenti anche un importante passo verso una coscienza collettiva, al di là dei meccanismi che hanno fatto del soccer lo sport tradizionalmente dei neri.
Sara Ferrari.
Fonte www.consumietici.it

Sara Ferrari, socia dell'associazione l'Altropallone, è antropologa. Si trova in Sudafrica per un progetto di ricerca dell'Università Bicocca proprio su Calcio, Comunicazione e Africa una ricerca socio-antropologica nell'anno dei Mondiali, i primi in questo continente.


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