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Folco Terzani:"Mio padre se n'è andato con serenità, grazie anche alla Federazione Cure Palliative"
01/12/10
Riceviamo da www.fedcp.it

In attesa di ascoltarlo venerdì 3 nel primo pomeriggio a Roma, quando interverrà al Convegno della Società italiana di Cure Palliative, nell’ambito della sezione dedicata al ruolo delle organizzazioni non profit nelle Cure Palliative, Folco Terzani, il 41enne figlio di Tiziano, ci ha anticipato l’esperienza, del tutto particolare, del libro e del film "La fine è il mio inizio" di cui presenterà, già nella versione italiana, alcuni spezzoni nella sede dell’hotel Sheraton, Salone delle Signorie, alle 14.40. Il film, voluto dai tedeschi per ricordare la testimonianza di vita di Tiziano Terzani, spettatore attento e non rassegnato della sua malattia, è stato presentato da poco in Germania e presto lo si potrà vedere anche in Italia.


Folco, partiamo dal libro "Un altro giro di giostra", in cui hai raccolto gli ultimi pensieri di tuo padre. Operazione tosta, anche solo per le implicazioni emotive.
Sì, ma avevo un compito fondamentale, non dovevo interloquire, dovevo lasciare che i suoi pensieri scorressero liberamente, fluidi. C’entravo poco io. La rivelazione della malattia, accolta con stupore mista a una strana indifferenza, la frenesia delle cure, le visite, gli esami diagnostici e le terapie in giro per tutto il mondo. Senza mai rassegnazione. Ha combattuto sino all’ultimo. Poi nell’ultimo periodo la decisione di compiere una riflessione sul significato dell’esistenza, tanto più intensa e coinvolgente in quanto intima e personale, vissuta sulla sua pelle.


Poi è venuto il film. Com’è successo?
Curiosa storia. Sapevo che il libro aveva avuto un notevole successo in Germania ma non mi sarei mai aspettato la telefonata che mi fece il regista, Jo Baier, un tedesco molto capace, proponendomi di sceneggiare il film.


Le esperienze precedenti, sul fronte cinematografico?
Qualcosa ho fatto, un documentario su Madre Teresa di Calcutta, uno sugli asceti in Himalaya. Gli eremiti mi hanno sempre affascinato. Mi reputo un film maker come ce ne sono tanti. Alla prossima occasione farò il regista, mi sento pronto.


Sceneggiatura a due mani, scritta con chi?
Un bravo scrittore tedesco, Uli Limmer, che sa anche un po’ di italiano. È il produttore del film per la Germania. Col tedesco me la cavo ma non tanto da saperlo scrivere al meglio. Abbiamo lavorato in inglese e tedesco.


Veniamo alla lavorazione. Com’è andata?
Il film l’ho seguito passo passo, non mi sono perso nulla, ero ogni giorno sul set. Nel montaggio non m’han voluto, ma è comprensibile. Però ho potuto visionare la prima versione e ho detto la mia. C’era qualcosa, nella tonalità di fondo, che non mi convinceva. Era un questione di enfasi eccessiva, che non ci stava. Ho sperato che trasferissero la serenità di mio babbo mentre raccontava perché quella era, non altro. Non poteva essere il diario di un dramma familiare dove tutti piangono un vecchio che muore. Questo c’era da capire e il regista, Jo Baier, lo ha colto. Molti dicono ‘impossibile che Tiziano non avesse paura di morire’, ma io che ho vissuto la conclusione della vicenda, e non solo, rispondo che aveva una curiosa consapevolezza.


Difficile la scelta degli attori?
No davvero, agli stessi tedeschi è venuto subito in mente per la parte di mio babbo Bruno Ganz e lui ha detto subito sì, mi piace. Era una sfida, un ruolo in cui conta esclusivamente il parlato. Il film ha senso per le parole, non per gli scenari o la storia. Quando a Ganz hanno detto che non c’erano flashback, che era tutto in presa diretta, Ganz è stato ancora più contento. Quanto a chi interpreta me, il bravissimo Elio Germano, ha reso perfettamente il ruolo di chi ascolta, lui ne trasmette soltanto il carattere più intimo, più preciso. Contavano solo i pensieri del babbo, perché quelli erano veri, importanti. Sono la testimonianza di un uomo che se ne stava andando dalla vita.


Un film atipico, si può dire?
Il regista ha messo le immagini al servizio del testo. Un’operazione strana ma utile, sicuramente nuova.


Dovendo a ogni costo definire, catalogare il film È un curioso esempio di realismo, in una storia così si immagina – e anche il regista all’inizio ci è caduto – di andare verso il dramma senza alcuna serenità, mentre invece ce n’era parecchia. In realtà c’era consapevolezza della vita e della morte, dei suoi misteri e questo è il messaggio che ha voluto lasciare mio babbo.


Tiziano, se potesse, cosa ne direbbe?
Dava giudizi spesso assoluti, sosteneva che il teatro è finito, che il cinema ha poco da dire, credeva soltanto nei libri. Ma lui era di una altra generazione”.


Ultimo quesito, perché quest’anteprima italiana?
In segno di riconoscenza per tutti coloro che operano a favore dei malati terminali e delle loro famiglie. Dobbiamo tutti un grazie alla Federazione Cure Palliative.


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